Rimedi naturali: un problema di concetto

Rimedi naturali: un problema di concetto

da | Ott 21, 2020 | Approfondimenti

Spesso mi capita di ricevere richieste su cosa possa esser utile prendere come “supporto naturale” per i problemi più disparati: è proprio in quelle situazioni che mi rendo conto di quanto lontana ancora sia la maggioranza delle persone dal comprendere il mestiere del naturopata.

L’idea generale e più diffusa rispetto all’uso dei cosiddetti “rimedi naturali” è quella di farne i sostituti dei farmaci di sintesi, col pretesto che, a differenza di quest’ultimi, “al massimo non fanno niente”.

Posto che nessuna sostanza, neanche l’acqua, se ingerita non comporta nessun effetto (quindi non esistono rimedi innocui in assoluto), il primo errore in questa impostazione è chieder ad un rimedio di essere efficace nei confronti di un sintomo.

Se si vuol rendere inadeguato un pesce, basta chiedergli di arrampicarsi su un albero.

 

Un primo criterio differenziale

anice stellato

Nella grande famiglia dei rimedi naturali va quantomeno fatta una distinzione fra i rimedi erboristici, gli integratori alimentari e i rimedi fitoterapici, che pur derivando tutti dal mondo vegetale hanno azioni molto diverse sull’organismo umano e concezioni differenti già in origine.

La classica informazione del tipo: “per problemi di ansia prendi la valeriana”, è da ritenersi scorretta sotto vari punti di vista. Per prima cosa non esiste “il” rimedio che possa generare in chiunque lo assuma il medesimo effetto: questa teoria non è valida nemmeno per un farmaco di sintesi, nonostante i suoi principi attivi siano standardizzati e riproducibili.

Secondariamente il nome “valeriana” è quantomeno vago, dato che in natura non esiste una valeriana uguale ad un’altra (conta molto il luogo di nascita della pianta e le condizioni ambientali in cui è cresciuta, i tempi di maturazione della pianta stessa e le modalità di raccolta: vedi tempo balsamico) e che molti estratti di valeriana in commercio sono ricavati da piante di allevamento (meno ricche di principi attivi), pensati per la grande distribuzione.

Terzo ma non ultimo, ogni pianta va considerata come un fito-complesso, cioè uno o più principi attivi che si combinano con sostanze tecnicamente definite “metaboliti secondari”, responsabili di accompagnare l’azione del principio attivo e di modularne l’azione biologica. Cambiando le metodologie di lavorazione delle piante (esiste ad esempio già una grande differenza nel processo di macerazione in acqua, in olio o in alcool) si arriva a ricavarne dei principi attivi escludendone altri: ogni solvente, infatti, ha una particolare affinità per certi principi piuttosto che altri.

Negli scaffali di erboristeria si trovano estratti secchi, macerati glicerici, tinture madri, estratti totali, rimedi spagirici, solo per nominare i più comuni, che non sono da considerare equivalenti.

Ecco che, proseguendo col nostro esempio, un estratto secco di valeriana non potrà contenere gli stessi principi attivi di una tintura madre di valeriana: di conseguenza produrrà all’interno di un organismo anche effetti differenti.

 

Ognuno di noi è unico

estratto

Per ultimo è da considerare un aspetto fondamentale di tutto questo quadro: l’unicità del soggetto che potrebbe decidere di far uso di un estratto, derivata dalla specifica sensibilità alla sostanza, dalla capacità di assimilazione, dalla condizione specifica e dal momento in cui lo assume. Basti pensare che un banale caffè, noto per tenere svegli chi lo assume, in alcune persone può anche indurre sonnolenza o non influenzare minimamente la funzione del sonno.

Non va poi trascurato che ogni soggetto forma il suo disturbo sulla base di ragioni soggettive, quindi ciò che genericamente è chiamata “ansia” (non di tipo patologico, che è oggetto di cure mediche) non può avere 4-5 rimedi possibili fra cui scegliere ma ne ha potenzialmente tanti quante sono le persone che la provano. A volte non è neanche necessario usare rimedi, ma può risultare vincente il cambio dello stile di vita della persona.

Come ho avuto modo di scrivere in un altro articolo, la differenza sta nell’usare la pratica olistica per comprendere la persona che si ha davanti e orientare l’azione di supporto data dal rimedio pensando alla causa del suo malessere e non al sintomo.

A mio avviso, chiarito per l’ennesima volta che nessun rimedio naturale può sostituire l’approccio farmacologico (dato che producono nell’organismo effetti totalmente differenti), va sottolineato come la natura abbia messo nelle piante sostanze da cui l’organismo umano può trarre grandi benefici, a patto che le si usi nel modo corretto, cioè a sostegno di quella che viene chiamata vis medicatrix naturae, ovvero la capacità di autoguarigione di un soggetto.

Questa azione richiede la consulenza di un professionista, che a differenza di qualsiasi prontuario (di cui le librerie o il web al giorno d’oggi abbondano), non si baserà su un protocollo generico ma metterà al servizio della persona la sua forma mentis specifica per valutare “se” utilizzare dei rimedi naturali, “quali” e “come”, valutando il contesto specifico.

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Simone Origio

Esperto da più di 25 anni di discipline olistiche, tradizioni antiche e medicine orientali, ha studiato e praticato Reiki, Pranic Healing, Tai Chi Chuan, Chi Kung, Aikido, Yoga Taoista, Meditazione. Studia simbolismo, teologia, alchimia spirituale, etnologia, antropologia, storia delle religioni, miti e favole, con una particolare predilezione per i rituali di passaggio e i simboli di trasformazione personale.

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